Amici di Tolstoi - il BastoncinoVerde


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Lev Tolstoj


PREMESSA A
UNIFICAZIONE E TRADUZIONE
DEI QUATTRO EVANGELI

1891


Indotto dalla ragione senza la fede alla disperazione e alla negazione della vita, io, guardando all'umanità vivente, mi convinsi che questa disperazione non è la sorte comune della gente, e che invece la gente è vissuta e vive per la fede.
Ho visto intorno a me gente che possiede questa fede e che ne ha tratto un tal senso della vita da consentire loro di vivere tranquillamente e felicemente, e di morire allo stesso modo. Non potevo spiegarmi in che cosa consistesse quel senso della vita. Mi sforzai di vivere come vivono i credenti, mi sforzai di fondermi con loro, di fare tutto quello che essi fanno nella vita anche come culto esteriore, pensando che in tal modo mi si sarebbe aperto il senso della vita. Quanto più mi avvicinavo al popolo e vivevo come esso vive e osservavo tutti quei riti religiosi esteriori, tanto più sentivo operare in me due forze opposte. Da una parte, mi si svelava sempre di più un senso della vita che mi soddisfaceva, inattaccabile dalla morte; dall'altra parte vedevo che nella mia professione di fede e nel culto esteriore c'era molta falsità. Capivo che il popolo può non vedere questa menzogna per incultura, mancanza di tempo e di volontà di pensare; comprendevo di non poter non vedere questa falsità e, una volta vistala, che non potevo chiudere gli occhi dinanzi ad essa, come mi consigliavano persone colte credenti. Quanto più vivevo adempiendo agli obblighi di un credente, tanto più questa falsità mi feriva gli occhi e richiedeva di intraprendere una ricerca per capire dove in questa dottrina finisca la falsità e cominci la verità. Che nella dottrina cristiana vi fosse la stessa verità della vita, non ne dubitavo ormai più. Giunsi infine dentro di me a decidere che non potevo più come prima chiudere gli occhi intenzionalmente, e che
[10] inevitabilmente dovevo esaminare quale dottrina dovevo far mia.
All'inizio domandavo chiarimenti a sacerdoti, monaci, arcipreti, metropoliti, dotti teologi. I chiarimenti che ricevevo consistevano nel rinvio a passi tutti non chiari; tutti mi rinviavano ai santi padri, ai catechismi, alla teologia. E io presi i libri di teologia e cominciai a studiarli.
Ed ecco che questo studio mi portò alla convinzione che quella fede che professa la nostra gerarchia insegnandola quindi al popolo è non solo una falsità, ma un inganno immorale. Nella dottrina ortodossa trovai una esposizione dei punti di vista più incomprensibili, sacrileghi e immorali, non solo inammissibili dalla ragione ma anche del tutto incomprensibili e contrari alla moralità: e non trovai alcun insegnamento sulla vita e sul suo senso. Non potevo non vedere che l'esposizione delle dottrine teologiche era chiaramente rivolta non a chiarire il senso della vita e ad insegnare intorno alla vita, ma solo ad affermare quelle stesse posizioni, per me incomprensibili e inutili e a respingere tutte le posizioni contrastanti. Questa esposizione, rivolta a confutare ogni altro insegnamento, mi indusse senza volerlo a rivolgere l'attenzione agli altri insegnamenti. Le altre confessioni religiose contestate si rivelarono come quella ortodossa, che le contestava. Alcune più assurde, altre meno, tutte le confessioni religiose altro non facevano che sostenere posizioni incomprensibili e inutili alla vita e in nome di questo si confutavano l'una l'altra e distruggevano l'unione tra gli uomini, l'unico fondamento dell'insegnamento cristiano.
Fui indotto a convincermi che non si dà una chiesa. Tutti i cristiani, con le loro fedi differenti, si chiamano cristiani autentici e negano che tutti gli altri lo siano. Tutte queste distinte riunioni di cristiani chiamano se stesse chiesa in modo esclusivo e affermano che la loro chiesa è quella vera, che tutte le altre chiese si sono distaccate e sono cadute, mentre la loro ha resistito. Tutti i credenti delle varie denominazioni non si accorgono che la loro fede è quella vera non perché essa è tale o talaltra: essi invece la chiamano vera perché sono nati in essa o perché l'hanno scelta e dicono della loro fede esattamente quel che gli altri dicono della propria. Sicché è chiaro che una chiesa unica non ci fu mai e non c'è, che di chiese non ce ne sono né una, né due, ma duemila, e che tutte si escludono a vicenda e affermano unicamente d'essere, ciascuna, quella vera e unica. Ciascuna dice la stessa cosa: "La nostra chiesa è vera, santa, cattolica,
[11] apostolica, universale. La nostra scrittura è santa, la nostra tradizione è santa. Gesù Cristo è il capo della nostra chiesa e lo spirito santo la guida, ed essa sola per successione proviene da Cristo Dio".
Un qualsiasi rametto di un arbusto fitto avrà perfettamente ragione a dire che, di rametto in rametto, di ramo in ramo, e dai rami alla radice ogni rametto succede al tronco, ma non a dire che ciascuno gli succede esclusivamente. Dire che ogni rametto è l'unico rametto autentico sarebbe assurdo: ma è quello che tutte le chiese dicono.
In realtà vi sono migliaia di tradizioni, e ciascuna rifiuta e maledice l'altra e si ritiene autentica: cattolici, luterani, protestanti, calvinisti, shakers, mormoni, greco-ortodossi, vecchi credenti, popovtsye bespopovtsy, molokani, mennoniti, battisti, skoptsy, duchobortsy ecc. ecc. tutti altro non fanno che affermare della propria fede che è l'unica vera e che in essa solo vi è lo spirito santo, e che il loro capo è Gesù Cristo e che tutti gli altri sbagliano. Ci sono migliaia di fedi, e ciascuna tranquillamente ritiene se stessa l'unica santa. E tutte lo sanno e ciascuna, confessando la propria fede come l'unica vera, sa che l'altra fede esattamente allo stesso modo – come un'arma a doppio taglio – ritiene se stessa santa e tutte le altre le ritiene eresie. Sono quasi 1800 anni che quest'autoinganno continua.
Nelle cose mondane gli uomini sanno scoprire le più astute trappole e sanno evitarle; in questo inganno invece milioni di uomini vivono da 1800 anni, chiudendo gli occhi dinanzi ad esso. Nel nostro mondo europeo, e in America, dove tutto è nuovo, tutti, come se si fossero messi d'accordo, ripetono lo stesso stupido inganno: ciascuno confessa la sua vera fede, ritenendola l'unica vera e non osserva che gli altri fanno esattamente lo stesso.
Non solo. Già da molto, molto tempo uomini che pensavano liberamente hanno, con finezza e acutezza deriso la stupidità del popolo e hanno mostrato chiaramente a qual punto giungesse questa stupidità. Hanno dimostrato chiaramente che tutta questa fede cristiana con tutte le sue ramificazioni ha fatto il suo tempo; che è venuto il tempo di una nuova fede. Anzi alcuni hanno escogitato nuove fedi; ma nessuno li ascolta e li segue, tutti continuano a credere alla vecchia maniera, ciascuno nella sua particolare fede cristiana: i cattolici nella propria, i luterani nella propria, i nostri antico-credenti popovtsy nella propria, e così i bespopovtsy, così i mormoni: così
[12] i molokani, così quegli ortodossi cui volevo aggiungermi.
Che cosa significa questo? Perché la gente non abbandona questa dottrina? La risposta è una sola, una risposta su cui concordano i liberi pensatori che rifiutano la religione, e tutte le persone che aderiscono ad altre religioni: la dottrina di Cristo è bella e per questo è cara alla gente tanto da non poter vivere senza di essa. Ma perché quanti credono nell'insegnamento di Cristo si sono divisi tutti in diverse denominazioni e sempre di più si dividono, si respingono, si giudicano l'un l'altro? Di nuovo la risposta è semplice e evidente. La causa della divisione dei cristiani è precisamente la dottrina sulla chiesa, la dottrina secondo cui Cristo stabilì un'unica vera chiesa che per sua natura è santa e non può peccare e può e deve insegnare agli altri. Non ci fosse questo concetto di "chiesa", non ci sarebbero potute essere divisioni tra i cristiani.
Ogni chiesa cristiana, cioè ogni confessione, senza dubbio procede dall'insegnamento dello stesso Cristo: ma non solo quella determinata confessione, ma anche tutte le altre. Tutte sono cresciute da un unico seme e quel che le unisce, quel che hanno in comune è ciò da cui sono uscite, cioè il seme. Dunque, per poter capire veramente la dottrina di Cristo, non è necessario studiarla al modo confessionale, procedendo dai rami al tronco; non è necessario e anzi è inutile studiarla come fa la scienza, la storia della religione, procedendo dal fondamento, dal tronco verso i rami. Né questo né quello dà senso all'insegnamento, senso che viene dalla comprensione di quel seme da cui tutte sono uscite e attraverso cui tutte esse vivono. Tutte sono uscite dalla vita e dall'opera di Cristo e tutte vivono solo per produrre le opere di Cristo, cioè le opere buone. E solo in queste opere esse tutte convergono. Personalmente mi ha condotto alla fede la ricerca del senso della vita, ovvero la ricerca della via della vita, del come vivere. E vedendo le opere di coloro che professavano l'insegnamento di Cristo, aderii a loro.
Continuamente incontro persone che professano con le opere l'insegnamento di Cristo, le incontro senza distinzione tra gli ortodossi, tra settari di ogni specie e tra i cattolici e tra i luterani, cosicché chiaramente il senso della vita che essi hanno in comune e che viene dall'insegnamento di Cristo è attinto non dalla confessione, ma da qualcos'altro che è comune a tutte le confessioni. Ho osservato persone buone non di una sola, ma di varie confessioni e in tutte ho visto lo stesso sentire, fondato sull'insegnamento di Cristo. In tutti
[13] quei cristiani di varie sette vidi una piena concordia nel valutare quel che è bene e quel che è male, e come bisogna vivere. Le confessioni si dividevano, ma il loro fondamento era unico, come se alla base di tutte le fedi ci fosse una sola verità. Ecco, anch'io voglio ora conoscere questa verità. La verità della fede deve trovarsi non nelle distinte interpretazioni della rivelazione di Cristo, in quelle stesse interpretazioni che hanno diviso i cristiani in migliaia di sette, ma deve trovarsi nella stessa prima rivelazione dello stesso Cristo. Questa stessa prima rivelazione – le parole dello stesso Cristo – si trova negli Evangeli. Per questo mi volsi a studiare gli Evangeli.
So che secondo la dottrina della chiesa il senso della dottrina non si trova solo nell'Evangelo, ma in tutta la scrittura e in tutta tradizione, custoditi dalla chiesa. Suppongo. che dopo tutto quel che si è detto questo sofisma, consistente in ciò che la scrittura, che serve di fondamento alla mia interpretazione, non è soggetta ad indagine, perché l'interpretazione vera e santa appartiene unicamente alla chiesa, questo sofisma non possa più essere usato. Tanto più che ciascuna interpretazione è rovesciata da quella di un'altra chiesa; tutte le sante chiese si escludono l'una l'altra. Il divieto di leggere e interpretare la scrittura è solo un segno di quel peccato di interpretazione che la chiesa interpretante sente di avere alle sue spalle.
Dio ha manifestato la verità agli uomini. Io sono un uomo e per questo non solo possiedo il diritto; ma ho anche il dovere di avvalermene e di stare faccia a faccia di fronte ad essa senza intermediari. Se Dio parla in questi libri, allora egli conosce la debolezza della mia mente e deve parlarmi in modo tale da non illudermi. L'argomento della chiesa è che non si può consentire ad ognuno l'interpretazione della scrittura, affinché coloro che interpretano non si smarriscano e non si disperdano in un grande numero di interpretazioni, quest'argomento per me non può avere significato. Potrebbe avere significato quando l'interpretazione della chiesa fosse comprensibile e vi fosse una sola chiesa e una sola interpretazione. Ma in questo momento in cui l'interpretazione della chiesa sul figlio di Dio e su Dio, su Dio in tre persone, sulla vergine che partorisce senza intaccare la sua verginità, sul corpo e sul sangue di Dio, che si mangia in forma di pane e così via non può essere accolta da chi usi un sano intelletto; in questo momento in cui l'interpretazione non è una sola, ma sono mille, quell'argomento, per quanto lo si ripeta non ha alcun senso. In questo momento anzi l'interpretazione è necessaria ed è necessaria un'interpretazione su cui tutti concordino.
[14] Ma tutti possono concordare solo quando l'interpretazione sia secondo ragione. Tutti conveniamo, nonostante le diversità, solo in quel che è secondo ragione. Se la rivelazione è verità, allora essa, per convincere, non deve e non può temere la luce della ragione: deve anzi invocarla. Se tutta questa rivelazione risulta essere una sciocchezza, tanto meglio, vada a farsi benedire. Dio può tutto, questo è vero, ma una sola cosa non può, dire sciocchezze. Ma mettere per scritto una rivelazione che sarebbe impossibile comprendere sarebbe stupido.
Chiamo rivelazione quel che si rivela alla ragione, che giunge ai suoi limiti, la contemplazione della verità divina, posta cioè oltre la ragione. Chiamo rivelazione ciò che dà risposta a quel problema, non risolvibile dalla ragione, che mi condusse alla disperazione, verso il suicidio: che senso ha la mia vita? Questa risposta deve essere comprensibile e non contraddire alle leggi della ragione, come contraddice per esempio l'affermazione che un numero infinito è o pari o dispari. La risposta non deve contraddire alla ragione perché non credo a una risposta che contraddica alla ragione, e perché essa deve essere non solo comprensibile e non arbitraria, ma non evitabile dalla ragione, come è inevitabile che chi sa contare riconosca l'infinito. La risposta deve rispondere alla mia domanda: che senso ha la mia vita? Se non risponde a questa domanda, non mi serve. La risposta deve essere tale che sebbene la sua sostanza (come anche la sostanza di Dio) mi sia inattingibile in sé, tutte le conseguenze che se ne deducono corrispondano alle esigenze della mia ragione e il senso che si attribuisce alla mia vita risolva tutte le domande concernenti la mia vita. La risposta deve essere non solo razionale, chiara, ma anche vera, cioè tale che io possa credervi con tutta l'anima, come inevitabilmente credo nell'esistenza dell'infinito.
La rivelazione non può essere fondata sulla fede come la concepisce la chiesa: credere in anticipo a quanto mi verrà detto. La fede è una conseguenza, pienamente soddisfacente per la ragione, dell'inevitabilità, della verità della rivelazione. La fede, nella concezione della chiesa, è un obbligo, riposto nell'anima umana, a forza di minacce e di ammonizioni. Nella mia concezione la fede è tale perché è vero il fondamento su cui si fonda ogni attività razionale. La fede è la conoscenza della rivelazione, senza la quale è impossibile vivere e pensare.
[15] La rivelazione è la conoscenza di quello cui non può giungere l'uomo con la ragione e che tuttavia viene ad ogni uomo da quel principio che è nascosto nell'infinito. Tale per me deve essere la proprietà della rivelazione che produce la fede; e questo io cerco nella tradizione che riguarda Cristo e per questo io mi rivolgo ad essa con le più rigorose esigenze della ragione.
L'Antico Testamento non lo prendo in considerazione perché la questione non è circa la fede degli ebrei ma: in che cosa consiste la fede di Cristo, nella quale la gente trova quel senso che rende passibile la vita? I libri degli ebrei possono essere da noi studiati come spiegazione di quelle forme nelle quali si è espresso il cristianesimo, ma non possiamo riconoscere una coerenza della fede che vada da Adamo sino al nostro tempo., essendo sino a Cristo la fede degli ebrei un fatto locale. La fede degli ebrei, a noi estranea, può essere da noi studiata come la fede, ad esempio, dei bramini. La fede cristiana è quella fede per cui noi viviamo. Studiare la fede degli ebrei per capire quella cristiana è come studiare lo stato di una candela prima di accenderla, per capire il significato della luce che viene dalla candela accesa. Tutto quel che si può dire è che le proprietà, il carattere della luce possono dipendere dalla stessa candela, come la forma in cui il Nuovo Testamento si esprime può dipendere dal legame con il giudaismo, ma la luce non può essere spiegata dal fatto che è accesa su questa piuttosto che quella candela.
L'errore fatto dalla chiesa riconoscendo l'Antico Testamento come scrittura ispirata da Dio al modo del Nuovo Testamento si riflette evidentemente nel fatto che, riconoscendolo a parole, la chiesa di fatto non lo riconosce ed è caduta in contraddizioni che avrebbe evitato se avesse ritenuto di doversi attenere a un certo qual sano buon senso.
Per questo lascio a parte la scrittura dell'Antico Testamento. Quanto alla scrittura rivelata, come si esprime la chiesa, in 27 libri,15 in realtà questa tradizione non è racchiusa né in 27 libri, né in 5, né in 138, come non si può racchiudere la rivelazione divina in un numero preciso di pagine e di lettere. Dire che la rivelazione divina è espressa in 185 fogli di carta da lettera è come dire che l'anima di un certo uomo pesa 15 pud, o che la luce di una lampada misura 7 cetverik. La rivelazione si è espressa nell'anima degli uomini e gli uomini se la sono trasmessa l'uno all'altro e ne hanno in qualche modo scritto. Qualunque persona colta sa che vi furono più di cento Evangeli e Lettere non
[16] accolti dalla chiesa. La chiesa scelse 27 libri e li chiamò canonici. Ma è evidente che alcuni libri esprimevano meglio, altri peggio la tradizione, e questa gradazione continua a vedersi. La chiesa doveva tracciare una linea da qualche parte, per separare ciò che essa riconosce come ispirato. Ma è evidente che in nessun punto questo tratto poteva separare nettamente la piena verità dalla piena menzogna. La tradizione è come l'ombra che sta tra il bianco e il nero, tra la verità e l'errore; e dovunque questa linea fosse tracciata, inevitabilmente furono distinte le ombre, dove c'era il nero. Proprio questo fece la chiesa, distinguendo la tradizione e chiamando alcuni libri canonici, altri apocrifi. Scelse così bene che le più recenti ricerche mostrano che non v'è nulla da aggiungere. Da tutte queste ricerche è divenuto chiaro che tutto ogni fatto è noto e meglio compreso dalla chiesa nei libri canonici. Non solo, ma come per correggere l'inevitabile errore fatto tracciando questa linea, la chiesa ha accolto anche alcuni tra i libri apocrifi.
Tutto quel che si poteva fare, è stato fatto in modo eccellente. Ma in questa distinzione la chiesa sbagliò in ciò, che volendo con più energia rifiutare quel che essa non riconosceva e attribuire maggior peso a quel che riconosceva, essa pose in blocco su tutto quello che essa riconosceva il marchio dell'infallibilità. Tutto viene dallo spirito santo e ogni parola è vera. Con questo rovinava e distruggeva tutto quel che aveva recepito. Accogliendo nell'area dalla tradizione quello che era bianco, luminoso, e quello che era grigio, cioè la dottrina pura e quella meno pura, si privava del diritto di unificare, escludere, chiarire quel che essa aveva accolto, ciò che costituiva invece un suo obbligo, un obbligo che essa non adempì mai e non adempie tuttora. Tutto fu accolto: i miracoli, gli Atti degli Apostoli, i consigli di Paolo sul vino e lo stomaco, e il delirio dell'Apocalisse eccetera. Sicché dopo 1800 anni questi libri ci stanno dinanzi nella stessa forma rozza, incoerente, piena di cose insensate e di contraddizioni. Ammettendo che ogni parola della Scrittura è una verità santa, la chiesa ha cercato di mettere insieme, di chiarire, di slegare le contraddizioni, di comprenderle; e fece tutto quel che poteva fare in questa direzione, cioè dando un senso altissimo a quel che non ne aveva. Ma il primo errore fu fatale. Riconoscendo che tutto era sacrosanta verità era necessario giustificare tutto, chiudere gli occhi, celare, barare, cadere in contraddizione e, ahimè, spesso dire
[17] delle menzogne. Accettando tutto, a parole, la chiesa di fatto doveva rifiutare alcuni libri, come l'Apocalisse, tutta, e gli Atti degli Apostoli, in parte, poiché spesso non solo non contengono nulla di istruttivo, ma anzi sviano il lettore .
È evidente che i miracoli furono descritti da Luca per confermare la fede e probabilmente vi furono persone che trovarono conferma nella loro fede leggendo queste cose. Ma ora non vi sono libri più sacrileghi, più devastanti per la fede. Può essere che, dove regnava l'oscurità, fosse necessaria una candela. Ma non c'è motivo per accendere una candela se c'è la luce: la si vedrà egualmente. I miracoli di Cristo sono candele che si portano alla luce, per illuminarla: ma se c'è la luce, si vedrà da sola, se non c'è allora farà luce la candela.
Così, leggere i 27 libri di seguito, riconoscendo che ogni parola è vera, come li legge la chiesa, è impossibile e non è necessario: si arriverebbe solo a ciò a cui è giunta la chiesa, a negare se stessa.
Per comprendere il contenuto delle scritture appartenenti alla fede cristiana occorre anzitutto rispondere alla domanda: quali libri di questi 27 libri che si chiamano sacra scrittura sono più o meno importanti, più o meno essenziali? E occorre cominciare proprio da quelli più importanti. Ora i quattro Evangeli sicuramente lo sono. Tutto quel che li precede può essere prevalentemente considerato come materiale storico per la comprensione dell'Evangelo; tutto quel che segue, come una spiegazione di quegli stessi libri. Per questo non è necessario, come fanno invece le chiese, far concordare tutti i libri fra di loro, immancabilmente (ci siamo convinti che fu questo più d'ogni altra cosa a portare la chiesa a predicare cose incomprensibili); occorre invece cercare in questi quattro libri, che espongono, secondo la dottrina della chiesa, la rivelazione più essenziale, cercare i fondamenti più importanti della dottrina, senza tener conto dell'insegnamento degli altri libri: e questo non perché non voglio farlo, ma perché temo le deviazioni presenti negli altri libri e di cui vi sono esempi tanto chiari ed evidenti.
In questi libri cercherò:
1. Ciò che mi è comprensibile, perché quel che è incomprensibile nessuno può crederlo e la conoscenza dell'incomprensibile è uguale all'ignoranza.
2. Ciò che risponde alla mia domanda: chi sono io? e che cos'è Dio? e
3. Qual è il fondamento principale, unico di questo insegnamento?
E perciò leggerò i passi non comprensibili, chiari, o solo in parte comprensibili non come mi piace, ma come se fossero
[17] prevalentemente d'accordo con i passi più chiari e fossero riconducibili ad un solo fondamento.
Leggendo in questo modo non una volta o due, ma molte volte sia la scrittura sia quanto è stato scritto su di essa sono giunto alla conclusione che tutta la tradizione cristiana si trova nei quattro Evangeli, che i libri dell'antico Testamento possono servire solo per spiegare le forme assunte dall'insegnamento di Gesù; che le lettere di Giovanni e di Giacomo, così chiamate per una particolarità del caso, costituiscono una spiegazione parziale della dottrina: in esse è possibile trovare esposto da un nuovo punto di vista l'insegnamento di Cristo, ma nulla di sostanzialmente nuovo. Sfortunatamente troppo spesso si possono trovare, specialmente nelle epistole di Paolo, formulazioni tali della fede da indurre coloro che leggono a convinzioni insensate, tali da oscurare la stessa dottrina. Gli Atti degli Apostoli, come molte lettere di Paolo spesso non solo non hanno nulla in comune con gli Evangeli e le lettere di Giovanni, di Pietro e di Giacomo, ma li contraddicono. L'Apocalisse poi non rivela nulla. La cosa più importante è però che, per quanto scritti in tempi diversi, gli Evangeli rappresentano una esposizione di tutto l'insegnamento, mentre tutto il resto ne è una interpretazione.
Ho letto in greco, nella lingua in cui ci sono pervenuti e ho tradotto in base al significato e ai lessici, raramente staccandomi dalle traduzioni esistenti nelle lingue moderne e compiute quando la chiesa aveva già compreso a suo modo e definito il significato della dottrina. Accanto alla traduzione, fui inevitabilmente indotto a unificare i quattro Evangeli, siccome tutti espongono, sia pure in modo diverso, gli stessi avvenimenti e lo stesso insegnamento.
La nuova posizione dell'esegesi, secondo cui l'Evangelo di Giovanni, essendo esclusivamente teologico, deve essere considerato separatamente, era irrilevante per me; siccome la mia finalità non è storica, né filosofica, né teologica, ma è quella di cercare il senso dell'insegnamento. Il senso dell'insegnamento è espresso in tutt'e quattro i Vangeli; perché, se essi sono, tutt'e quattro, una esposizione dell'unica e identica rivelazione della verità, l'uno deve confermare e chiarire l'altro. Per questo ho preso in esame e ho unificato tutti gli Evangeli, non escluso quello di Giovanni
[18].
Ci furono molti tentativi di unificare gli Evangeli, ma tutti quelli che conosco – Arnauld, de Vence, Farrar, Reuss, Gre?ulevi? – tutti assumono a fondamento dell'unificazione la storia e tutti furono senza successo. Dal punto di vista storico uno non è meglio dell'altro e tutti sono soddisfacenti unicamente dal punto di vista della dottrina. Lascio completamente da parte il significato storico e unifico solo dal punto di vista dottrinale. L'unificazione dei Vangeli su questa base ha il vantaggio che la dottrina vera viene a rappresentare una sorta di circolo, in cui ogni parte definisce il significato delle altre, e in cui il punto di partenza, ai fini dello studio, è indifferente. Studiando in questo modo gli Evangeli, nei quali l'insegnamento è tanto strettamente unito con gli avvenimenti storici della vita di Gesù, la coerenza storica mi è parsa del tutto irrilevante, e ai fini della coerenza degli avvenimenti storici mi era indifferente scegliere a fondamento questo o quell'altra concordia evangelica. Ho scelto le due più nuove, i cui autori si sono avvalsi del lavoro di tutti i predecessori: Gre?ulevi? e Reuss. Ma siccome Reuss ha separato dai sinottici Giovanni, mi era più comoda la concordia di Gre?ulevi?, e l'ho posta a base del mio lavoro, confrontandola con Reuss e allontanandomi da entrambi, quando lo richiedeva il significato.



i Quaderni • ilBastoncinoVerde


Premessa a Unificazione e Traduzione dei quattro Evangeli
traduzione di Pier Cesare Bori
da Antico Testamento, Evangelo, Legge eterna in Lev Tolstoj esegeta
ASE 8/1(1991)193-234


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