Amici di Tolstoi - il BastoncinoVerde


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ANNO V - N° 9·10 SETTEMBRE-OTTOBRE 1960
TOLSTOI CINQUANT'ANNI DOPO

Scritti di
Nicola Chiaromonte, Isaiah Berlin,
Daniel Gillès, Gleb Struve, Olga Birukov
e un inedito tolstoiano

FERMATI E RIFLETTI !




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Ricorre quest'anno il cinquantesimo anniversario della morte di Leone Tolstoi, avvenuta il 20 novembre 1910 nella stazione ferroviaria del villaggio di Astapovo. Pubblichiamo qui di seguito un gruppo di scritti che ricordano vari aspetti della figura del grande scrittore e della sua opera. Il primo di tali scritti è dello stesso Tolstoi ed è, a quanto ci risulta, inedito in italiano, come del resto gran parte della «miscellanea» tolstoiana, che costituisce parecchi volumi di saggi, articoli, lettere aperte, pamphlets che si rivelano ancora oggi di una straordinaria attualità e meriterebbero di essere più largamente conosciuti. Tra gli scritti che pubblichiamo nelle pagine seguenti, quelli di lsaiah Berlin e Daniel Gillès sono i testi (il primo notevolmente ampliato) dei discorsi pronunciati al Convegno tolstoiano indetto a Venezia nella scorsa estate sotto gli auspici della Fondazione Cini.






Lev Tolstoj

FERMATI E RIFLETTI !
1893



I

Pensando che le opinioni di due celebri scrittori sulla condizione spirituale del nostro tempo potessero interessarmi, il direttore di una rivista di Parigi mi ha mandato due estratti di giornali francesi: uno è un discorso di Zola, tenuto al banchetto dell'Associazione generale degli studenti, e l'altro una lettera di Dumas al direttore del Gaulois.
Questi estratti mi hanno davvero interessato, sia per la loro attualità e per la rinomanza degli autori, sia perché nella letteratura d'oggi sarebbe difficile trovar rispecchiate in modo più sintetico, vigoroso e brillante le due forze fondamentali che spingono avanti l'umanità. Alludo, da un lato, alla forza della routine, che tende a trattenere l'umanità nel suo corso attuale, e dall'altro lato alla forza della ragione e dell'amore, che sospinge l'umanità verso la luce.

Zola disapprova la fede in un qualcosa di vago e mal definito che viene raccomandata ai giovani di Francia dalle loro nuove guide, e li esorta a credere in un qualcosa che non è né più chiaro né meglio definito, cioè alla scienza e al lavoro.

Un poco noto filosofo cinese di nome Lao-Tse, fondatore di una religione e autore di un libro intitolato La via della virtù, assume a fondamento della sua dottrina il Tao, parola che significa «ragione », « via », «virtù ». Seguendo la legge del Tao gli uomini saranno felici. Ma il Tao, stando alla dottrina di Lao-Tse, si può raggiungere solo con la «non-azione». Infatti tutti i mali che tormentano l'umanità sorgono, secondo il filosofo cinese, non dal fatto che l'uomo si astiene dal fare ciò che è necessario, bensì dal fatto che egli compie atti che non sono necessari, cosicché se gli uomini praticassero quella che Lao-Tse chiama «non-azione» si libererebbero non solo delle loro calamità personali, ma anche di quelle inerenti a qualsiasi forma di governo, delle quali ultime il filosofo cinese si occupa in modo particolare. L'idea di Lao-Tse sembra bizzarra, ma è impossibile non concordare con lui quando si considerino i risultati delle attività della grande maggioranza degli uomini del nostro secolo.

Fate che tutti gli uomini si applichino al lavoro, dice Zola, e questo darà loro salute e felicità, e li libererà dal tormento dell'Infinito. Lavorare, sì: ma a che cosa dobbiamo lavorare? I produttori e venditori di oppio, tabacco e liquori, chiunque giochi in borsa, tutti gli inventori e i fabbricanti di strumenti di distruzione, tutti i militari, tutti i carcerieri e i carnefici: tutti lavorano, ma è evidente che l'umanità ci guadagnerebbe se tutti costoro cessassero il loro lavoro.

II

Il discorso di Zola si dirige soprattutto contro coloro che tentano di riportare le giovani generazioni alle credenze religiose; perché Zola, campione della scienza, si considera loro oppositore; ma in realtà non è così, perché il suo ragionamento poggia sulla stessa base di quello dei suoi avversari: sulla fede, come lui stesso ammette.

Ancor prima di leggere il discorso in cui Zola esalta il lavoro – qualunque esso sia – come una forma di virtù, mi ero sempre sorpreso di codesta strana opinione (particolarmente accettata nell'Europa occidentale) sul lavoro. Per parte mia, ho sempre ritenuto che solo nella creatura irrazionale, come la formica della favola, fosse scusabile l'elevazione del lavoro al rango di virtù, e il farsene un vanto. Zola ci assicura che il lavoro rende gentile l'uomo; la mia esperienza ha sempre dimostrato il contrario. Senza prendere in considerazione il lavoro egoistico, il quale è sempre un male, avendo ad oggetto il benessere o il guadagno di chi lo esegue, perfino il «lavoro per se stesso », orgoglio del lavoratore, rende crudeli e formiche e uomini. Chi di noi non conosce questi uomini, immuni da considerazioni di verità e di mitezza, sempre troppo occupati non solo per fare il bene ma perfino per chiedersi se il proprio lavoro non sia dannoso? Dite a queste persone: «Il vostro lavoro è inutile, forse addirittura pernicioso, per questa e per quella ragione; soffermatevi a considerarle per un attimo ». Non vi ascolteranno, ma replicheranno sdegnosamente: «Voialtri avete tempo per ragionare su tali cose, ma io che tempo ho per le discussioni? lo ho lavorato tutta la vita e il lavoro non aspetta; debbo redigere un giornale con mezzo milione di lettori; debbo organizzare un esercito, costruire la torre Eiffel, ordinare l'Esposizione di Chicago, tagliare l'istmo di Panama, studiare la questione dell' ereditarietà, la telepatia o la frequenza della tale parola nell'opera del tale autore classico».

I più crudeli degli uomini, i Nerone ed i Pietro il Grande, sono stati di un'attività senza tregua, non si sono mai concessi pause o un momento libero dalle occupazioni, o dalle distrazioni.

Anche se non è un vizio, il lavoro non può esser considerato da alcun punto di vista un merito. Il lavoro non può infatti essere stimato una virtù più di quanto lo possa essere la nutrizione; il lavoro è una necessità della quale non si può venir privati senza sofferenza, ed elevarlo al rango di merito è tanto mostruoso quanto sarebbe fari o per la nutrizione. L'unica spiegazione di questo strano valore attribuito al lavoro dalla nostra società è che i nostri antenati consideravano l'indolenza un attributo della nobiltà, quasi fosse un merito, e che la gente del nostro tempo è ancora in parte influenzata dalla reazione a quel pregiudizio.

Il lavoro, l'esercizio dei nostri organi, non può essere meritorio, perché non è che una necessità fisica che l'uomo ha in comune con tutti gli altri animali, come è dimostrato dal vitello che galoppa intorno al palo cui è legato o, tra di noi, dagli sciocchi esercizi ai quali i membri ricchi e ben pasciuti delle classi privilegiate si dedicano, non trovando migliore utilizzazione per le loro facoltà mentali che il leggere romanzi e giornali o il giocare a scacchi o a carte, e migliore impiego per i loro muscoli che la ginnastica, la scherma, il tennis e le corse a cavallo.

A mio giudizio, non solo il lavoro non è virtù ma, nella nostra società malamente organizzata, è più spesso un mezzo di anestesia morale, come il tabacco, il vino e gli altri mezzi per annegare il pensiero e per nasconderci il disordine e la vuotezza della nostra vita; ed è precisamente in questo senso che Zola raccomanda il lavoro ai giovani.

III

Vi è una grande differenza tra la lettera di Dumas e il discorso di Zola, e questo a prescindere dalla differenza esterna, e cioè che il discorso di Zola sembra cercare l'approvazione dei giovani ai quali si indirizza, mentre la lettera di Dumas non lusinga i giovani, non dice che sono importanti e che tutto dipende da loro (un'idea questa che essi non dovrebbero mai accarezzare se desiderano combinare qualcosa), ma al contrario indica i loro difetti abituali, la presunzione e la leggerezza. La differenza principale tra questi due articoli è che il discorso di Zola mira a tenere gli uomini sulla strada attuale, facendo loro credere che ciò che sanno è esattamente ciò che è necessario che sappiano e che ciò che fanno è esattamente ciò che dovrebbero fare; la lettera di Dumas invece dimostra loro che ignorano le cose essenziali che dovrebbero sapere e che non vivono come dovrebbero Vivere.

Quanto più gli uomini credono di poter essere spinti verso un migliore stato di cose senza sforzo loro, da qualche forza esterna che agisca indipendentemente, sia questa la religione o la scienza, e quanto più credono che a loro basti continuare a lavorare nell'ordine attuale, tanto più difficile sarà che questo mutamento avvenga; ed è in questo soprattutto che il discorso di Zola è sbagliato.

Al contrario, quanto più gli uomini si convincono che dipende solo da loro modificare i rapporti reciproci, di ciascuno verso gli altri, e che questo possono farlo quando vogliono, amandosi l'un l'altro invece di sbranarsi come fanno ora, tanto più possibile diverrà un tale mutamento. Quanto più gli uomini consentiranno a se stessi di seguire questo suggerimento, tanto più saranno portati a realizzare la previsione di Dumas.

Dumas non appartiene ad alcun partito né ad alcuna religione; egli ha altrettanto poca fede nelle superstizioni del passato che in quelle del presente, ed è proprio per questa ragione che osserva, che pensa e vede non solo il presente ma anche l'avvenire, come coloro che furono chiamati savi nei tempi antichi. Può parer strano a quelli che, leggendo le opere di uno scrittore, vedono soltanto il contenuto e non l'anima dell'autore, che Dumas – il quale scrisse La signora dalle camelie e L'affare Clemenceau – che questo stesso Dumas veda nel futuro e lo predica. Ma per quanto strano sembri, la profezia, sebbene non venga pronunciata nel deserto, né sulle rive del Giordano, né dalla bocca di un eremita vestito di pelli, ma appaia su un quotidiano che si vende sulle rive della Senna, resta nondimeno profezia. Le parole di Dumas hanno infatti tutte le caratteristiche della profezia: primo, sono totalmente in contrasto con le idee consuete di coloro tra i quali vengono pronunciate; secondo, tutti quelli che le ascoltano intuiscono la loro verità; terzo, e soprattutto, esortano gli uomini a realizzare ciò che predicono.

Dumas predice che gli uomini, dopo aver provato tutte le altre strade, cominceranno seriamente ad applicare la legge dell'amore fraterno alla vita. E che questo cambiamento avverrà prima di quanto si creda. La prossimità eli questo cambiamento, e perfino la sua possibilità, può essere messa in discussione; ma è evidente che, se si verificherà, risolverà tutte le contraddizioni e le difficoltà, ed eviterà tutti i mali che la fine del nostro secolo minaccia.

L'unica abiezione, o meglio l'unica domanda, che si possa porre a Dumas è: se l'amore del prossimo è possibile, ed è inerente alla natura umana, perché sono passate tante migliaia d'anni (poiché il comando di amare Dio e il proprio prossimo non è di Cristo, ma risale a Mosé) durante i quali gli uomini, pur sapendo di questa via alla felicità, non l'hanno seguita? Che cosa ostacola la manifestazione di un sentimento così naturale e così benefico per l'umanità?

È ovvio che non basta dire: amatevi l'un l'altro. Questo viene detto da tremila anni; è stato ripetuto in tutti i toni, da tutti i pulpiti, religiosi e laici, ma gli uomini continuano nondimeno a sterminarsi invece di amarsi. Oggi nessuno può dubitare che, se gli uomini si aiutassero invece di dilaniarsi (ognuno alla ricerca della propria felicità, di quella della sua famiglia o di quella del suo paese); se sostituissero all'egoismo l'amore e organizzassero la propria vita secondo il principio comunitario invece che secondo quello individualistico (come amano esprimersi i sociologi nel loro barbaro gergo); se si amassero come ognuno ama se stesso o se, almeno, non facessero agli altri ciò che non vorrebbero fosse fatto a loro, come fu detto duemila anni fa, allora la quantità acquisita di quella felicità personale che ogni uomo cerca sarebbe più grande, e la vita umana in generale sarebbe ragionevole e felice invece di essere ciò che ora è: una successione di contraddizioni e sofferenze.

Nessuno dubita che. se gli uomini continueranno a sottrarsi a vicenda la proprietà della terra e i prodotti del lavoro, ci si dovrà attendere una rappresaglia da parte di coloro che vengono così derubati, e che gli oppressi si riprenderanno con la violenza e la vendetta ciò di cui sono stati privati. Tutti sanno inoltre che i preparativi di guerra fatti dalle diverse nazioni portano a massacri terribili, alla rovina e alla degenerazione di tutti i popoli che partecipano a questa corsa all'armamento. Nessuno dubita che, se l'attuale ordine di cose si prolungherà di qualche dozzina di anni, il risultato sarà rovina, imminente e generale. Non abbiamo che da aprire gli occhi per vedere l'abisso verso il quale avanziamo. Ma pare che la profezia di Cristo debba avverarsi tra gli uomini d'oggi: hanno orecchi per non udire e occhi per non vedere.

Gli uomini oggi continuano a vivere come hanno sempre vissuto, e non desistono da ciò che deve portare inevitabilmente alla loro rovina. Per di più gli uomini della nostra società cristiana riconoscono. se non la legge religiosa dell'amore, perlomeno l'obbligo morale del principio cristiano che ingiunge di non fare agli altri ciò che non vorrebbero fosse fatto a loro, ma non agiscono in conseguenza. Evidentemente una ragione segreta ma soverchiante impedisce ad essi di fare ciò che è a loro vantaggio: ciò che li salverebbe dai pericoli che li minacciano, e che la legge del loro Dio e della loro coscienza detta ad essi. Dobbiamo concludere che l'amore applicato alla vita è una chimera? E se lo è, perché gli uomini si sono lasciati illudere per tanti secoli da questo sogno irrealizzabile? I tempi sono più che maturi per riconoscere la sua futilità. Ma il genere umano non riesce a decidersi a seguire la legge dell'amore nella vita né a rinunciare all'idea.

Perché? Quale è la ragione di questa contraddizione, che dura da tanti secoli? Non è perché gli uomini della nostra epoca manchino del desiderio o della possibilità di fare ciò che viene loro dettato dal senso comune e dal pericolo della propria situazione, e soprattutto dalla legge di ciò che chiamano Dio e coscienza Ma è proprio perché fanno ciò che consiglia loro Zola: sono così occupati, sono tutti così presi dal lavoro iniziato tanto tempo fa che riesce loro impossibile soffermarsi a raccogliere i propri pensieri e a considerare che cosa dovrebbero essere. Tutte le grandi rivoluzioni della vita dell'uomo cominciano nel pensiero. Fate solo che avvenga un cambiamento nei pensieri degli uomini, e l'azione seguirà la direttiva del pensiero. così come la nave segue quella del timone.

IV

Nella Sua prima predica Cristo non disse agli uomini di amarsi l'un l'altro (questo lo insegnò ai discepoli più tardi) ma, come Giovanni Battista prima di Lui, predicò la penitenza (metanoia, in greco), e cioè un cambiamento d'opinione rispetto alla vita: «metanoeite», cambiate la vostra concezione della vita, Egli disse, o perirete tutti. Il significato della vostra vita non può consistere nel perseguimento del benessere personale vostro o della vostra famiglia o della vostra nazione, perché quel benessere può essere raggiunto soltanto a detrimento del vostro vicino. Sappiate dunque che il significato della vostra vita può consistere soltanto nel l'adempimento della volontà di Colui che vi mandò in questa vita, e che vi richiede non il perseguimento dei vostri interessi personali, ma il compimento del Suo scopo: la fondazione del Regno dei Cieli.

«metanoeite», cambiate la vostra concezione della vita, o perirete, Egli disse milleottocento anni fa; e oggi questo cambiamento viene incessantemente sollecitato da tutte le contraddizioni e da tutti i mali del nostro tempo, prodotti dal fatto che gli uomini non hanno ascoltato e non hanno accettato il concetto di vita che Egli propose loro. «metanoeite», Egli disse, o perirete tutti. E l'alternativa è oggi ancora la stessa. L'unica differenza è che ora è più pressante. Se duemila anni fa, al tempo dell'Impero romano, o magari al tempo di Carlo V, oppure prima della Rivoluzione e delle guerre napoleoniche, era possibile non avvertire la vanità, ed io direi addirittura l'assurdità, del tentativo di assicurare la felicità personale, il benessere della famiglia, della nazione e dello Stato, lottando contro tutti coloro che sono alla ricerca della stessa cosa; oggi quell'illusione è diventata assolutamente impossibile ad ogni uomo che interrompa il proprio lavoro, anche per un solo momento, e rifletta su ciò che egli è, sullo stato del mondo intorno a lui, e su ciò che egli dovrebbe essere. Se quindi mi si chiedesse il consiglio più importante che io sia in grado di dare, che io consideri il più utile agli uomini del nostro secolo, direi semplicemente: «In nome di Dio, fermatevi un momento, cessate il lavoro, guardatevi attorno, considerate quello che siete e che dovreste essere: pensate all'ideale ! »

Zola dice che non si dovrebbe aspirare o credere a una forza superiore. né preoccuparsi dell'ideale. Forse egli con la parola «ideale» intende il soprannaturale, cioè le sciocchezze teologiche della Trinità. della Chiesa e del Papa eccetera, oppure 1'« inspiegato », come egli chiama le immense forze dell'universo nelle quali ci troviamo tuffati. E in tal caso gli uomini sarebbero saggi a seguire i consigli di Zola. Ma in realtà l'ideale non è soprannaturale né inspiegato. Al contrario, è la più naturale delle cose; non dirò che sia la più compiutamente spiegata, ma certamente attira la mente umana più di qualsiasi al tra.

Nella geometria l'ideale è la linea perfettamente diritta, è il circolo i cui raggi sono eguali; nella scienza essa consiste nelle verità esatte; nella morale essa è la virtù perfetta. Sebbene tutte queste cose la linea diritta, la verità esatta e la virtù perfetta – non siano mai esistite, non solo sono assai più naturali, più conosciute e più spiegabili di tutto il resto delle nostre conoscenze, ma sono le uniche cose che sappiamo veramente con certezza.

Si usa dire che la realtà è ciò che esiste o, in altre parole, che soltanto ciò che esiste è reale. Ma è vero il contrario: la vera realtà, quella che effettivamente conosciamo, è ciò che non è mai esistito. L'ideale è l'unica cosa che conosciamo con certezza, ed esso non è mai esistito. È soltanto grazie all'ideale che sappiamo qualcosa, ed è per questo che l'ideale solo può guidare il genere umano nella vita, sia individuale che collettiva. L'ideale cristiano ci è dinanzi da diciotto secoli; esso rifulge nel nostro tempo con una tale intensità che è estrémamente difficile evitare di rendersi conto che tutti i nostri mali derivano dal fatto che non accettiamo la sua guida. Ma quanto più difficile diventa non rendersi cento di questo, tanto più grandi sono gli sforzi di certuni per persuaderci di fare come loro, a chiudere gli occhi per non vedere. Per essere perfettamente certi di arrivare sani e salvi in porto, dovremmo, anzitutto, gettare in mare la bussola, dicono costoro, e andare avanti a tutta forza. Gli uomini della nostra società cristiana somigliano a coloro che, volendo abbattere qualcosa che li infastidisce, si mettono a tirare in direzioni opposte, e non hanno tempo per accordarsi sulla direzione in cui dovrebbero tirare. Solo che un uomo del nostro tempo cessasse la sua attività per un momento e riflettesse – paragonando le esigenze della sua ragione e del suo cuore con le condizioni attuali della sua vita – si renderebbe conto che tutta la sua esistenza e ogni suo atto sono in contraddizione incessan_te e oltraggiosa con la ragione e il cuore.

Se si dovesse privatamente chiedere a ogni essere civile quali siano le basi più morali del suo comportamento, quasi tutti ci direbbero che sono i principi cristiani, o perlomeno quelli della giustizia. Dicendo questo sono sinceri. Se agissero secondo le loro coscienze, gli uomini vivrebbero da cristiani; ma basta osservarli per vedere che vivono da bestie selvagge. Cosicché per la grande maggioranza degli uomini dell'orbe cristiano, l'organizzazione della vita non è il risultato del loro modo di vedere e di sentire, ma di certe forme che erano necessarie una volta e che ormai sopravvivono solo per l'inerzia della vita sociale.

Forse nei tempi passati – quando i mali prodotti dal modo di vita pagano non erano così evidenti come ora, e quando, cosa ancor più importante, i principi cristiani non erano così generalmente acco1ti – gli uomini potevano coscientemente difendere la servitù dei lavoratori, l'oppressione dell'uomo da parte dell'uomo, la legge penale e, soprattutto, la guerra; ma una simile difesa è oggigiorno assolutamente impossibile, è anzi perfino impossibile spiegare la ragion d'essere di tutte giuste istituzioni.

Perché gli uomini cambino il loro modo di vivere e di sentire debbono prima cambiare il loro modo di pensare; e per conseguire un simile mutamento, gli uomini debbono fermarsi e prestare attenzione a ciò che dovrebbero comprendere. Per sentire che cosa stanno gridando coloro che li vogliono salvare, gli uomini che corrono cantando verso il precipizio debbono smettere il loro baccano e fermarsi.

Che i componenti della nostra società cristiana si fermino nel loro lavoro e riflettano per un momento sullo stato della loro esistenza, e inavvertitamente saranno portati ad accettare la concezione della vita offerta dal cristianesimo: una concezione così naturale, così semplice, e che risponde in modo così completo ai bisogni del cuore e della mente dell'umanità da sorgere quasi spontaneamente nell'animo di chiunque sia disposto a liberarsi, fosse pure per un solo momento, dalla confusione in cui è tenuto dalle complicazioni del lavoro proprio e degli altri.

Da diciotto secoli la festa è preparata; ma uno non viene perché ha comperato un pezzo di terreno, un altro perché ha preso moglie, un terzo perché deve uscire a provare i buoi, un quarto perché costruisce una ferrovia o una fabbrica, o perché fa il missionario o il parlamentare o lavora in banca, oppure è occupato in qualche produzione scientifica, artistica o letteraria. Da duemila anni nessuno ha avuto tempo per fare come consigliò Gesù all'inizio del Suo ministero: guardarsi intorno, considerare i risultati del lavoro, e chiedersi: «Che cosa sono? A quale scopo? Possibile che questa forza, che mi ha prodotto con la mia ragione e il mio desiderio d’amare e d'essere amato, abbia operato solo per ingannarmi; cosicché, avendo creduto che lo scopo della mia vita sia il benessere personale – che la mia vita mi appartenga e che io abbia diritto di disporre di essa e della vita degli altri come mi pare – debba finire col convincermi che questo benessere personale, familiare o nazionale è irraggiungibile e che, quanto più mi affanno per guadagnarlo, tanto più mi troverei in contrasto colla ragione e con il desiderio di amare e d'essere amato, e tanto più mi sentirei deluso e sofferente? Non è più probabile che, venuto al mondo non spontaneamente ma per volontà di Colui che mi ha mandato, la ragione ed il desiderio di amare e venir amato mi siano stati dati per guidarmi nel compimento di quella volontà? »

Una volta avvenuta questa metanoia nel pensiero dell'uomo – ossia la sostituzione di una concezione pagana ed egoistica della vita con quella cristiana – l'amore del prossimo diventerà più naturale di quanto la lotta e l'egoismo siano ora. E quando l'amore del prossimo sia diventato naturale all'uomo, le nuove condizioni della vita cristiana si realizzeranno spontaneamente, così come in un liquido saturo di sale i cristalli cominciano a formarsi non appena si smette di mescolarlo.

Perché un siffatto risultato si avveri e gli uomini si organizzino in conformità alla loro coscienza, nessuno sforzo positivo è richiesto; al contrario, non abbiamo che da desistere dagli sforzi che ora facciamo. Se gli uomini impiegassero la centesima parte della loro energia (ora totalmente spesa contro coscienza in occupazioni materiali) per chiarire il più possibile i dati della coscienza stessa, per esprimerli il più lucidamente possibile, per renderli noti, e soprattutto per praticarli, il mutamento predetto da Dumas e da tutti i profeti sarebbe compiuto più rapidamente e più facilmente di quanto pensiamo, e gli uomini acquisterebbero quel bene che Gesù proclamò nelle Sue buone novelle: «Cercate il Regno del Cielo e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù ».




LEONE TOLSTOI
1893


da: Tempo Presente – Anno V - N° 9-10 settembre-ottobre 1960

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