Amici di Tolstoi - il BastoncinoVerde


Vai ai contenuti

Pagina 5




“In un Dio creatore, in un Dio che punisce, che premia e che ha stabilito molti e svariati comandamenti che variano a seconda delle diverse confessioni, e che ha compiuto in vari luoghi molti e sorprendenti prodigi, in un Dio simile gli uomini accettano di credere – malgrado le palesi obiezioni della loro ragione e le ancor più forti obiezioni del loro sentimento che non può conciliarsi all’idea d’un Dio che ammette azioni contrarie all’amore. E accettano di credervi soltanto perché credono a una tradizione consacrata dal tempo: ma in tal modo credono soltanto ad altri uomini, e non a Dio, e perciò non lo conoscono. In un Dio, invece, che non crea, che non punisce, ma che fa sempre e soltanto del bene agli uomini, e che non ha istituito molti comandamenti che variano da popolo a popolo, ma ha stabilito – e non a parole ma coi fatti – un comandamento unico per tutti i tempi e tutti i popoli, il comandamento dell’amore, e non ha compiuto, per convincere gli uomini della propria esistenza, svariati e strani miracoli, e ne compie bensì incessantemente uno solo, che è altresì il più sorprendente e il più benefico, ed è il suo manifestarsi nell’anima di ciascun uomo: in questo Dio è impossibile non credere.”

(Lev Tolstoj – L'unico comandamento)

Individuato il vero oggetto della fede e smascherate le menzogne delle molteplici religioni, a Tolstoj non resta che trarre le immediate conseguenze:

“Basterebbe che gli uomini credessero alla necessità di adempiere all’unico comandamento dell’Amore, così come essi credono oggi alla necessità di compiere questi o quei sacramenti, queste o quelle preghiere; basterebbe che così come credono oggi alla necessità delle loro scritture, dei loro templi, delle raffigurazioni incise sui calici, essi credessero che esiste al mondo un solo santuario indubitabile, l’uomo, e che l’unica cosa che l’uomo non può e non deve profanare e offendere sia ancora e sempre l’uomo stesso, il portatore del principio divino, e diverrebbero impossibili non soltanto le esecuzioni capitali e le guerre ma anche tutte le violenze che l’uomo può fare all’uomo.”

(Lev Tolstoj – L'unico comandamento)


Da questo sforzo di unificazione, è possibile estrarre un denominatore comune: la risposta che unifica la metafisica e distrugge le chiese. E lo fa senza eccezioni, prendendo in simpatia il Cristianesimo per la semplice ragione che più chiaramente di altri spiega la verità. Questa verità è essenziale ed incontrovertibile, e si traduce in un unico comandamento: l’Amore. Il più importante e difficile da accettare perché comporta una rivoluzione tanto profonda e radicale da spaventare non solo coloro che fanno parte dell’esigua minoranza cui si affidano le masse ma le stesse vittime dell’ineguale distribuzione del benessere che caratterizza tutte le culture. Se l’Amore si insediasse davvero nel cuore degli uomini:

“Sarebbe vergogna esser ricchi, sarebbe vergogna non dico far guerre ma persino considerare nemici gli uomini di un altro popolo. E vi sarebbe invece tra gli uomini la chiara consapevolezza di quello che essi non debbono fare, e non potrebbe più continuare quella vita bestiale, contraria sia alla ragione che al sentimento, nella quale viviamo oggi…”

(Lev Tolstoj – L'unico comandamento)

Eppure le chiese, tutte, senza eccezione, non soltanto tacciono sull’impari condizione della società, ma ne diventano persino corresponsabili, contribuendo anzi a dividere i popoli in gruppi contrapposti e ostili. Esse si appellano alla necessità di semplificare lo sforzo che Dio chiede a ciascun uomo e fanno leva sulla più scontata delle obiezioni:

“… adempiere a tale comandamento [quello dell’Amore] così come esige la dottrina del Vangelo è del tutto impossibile per l’uomo: dicono gli uomini che professano le molte fedi e i molti comandamenti istituiti dalla chiesa. (…) Ma questo ragionamento, fondato sull’affermazione che sia impossibile adempiere pienamente al comandamento dell’Amore, giacché esso esige la rinuncia alla vita stessa, e che sia invece indispensabile riconoscere, accanto a questo, altri comandamenti ai quali è invece possibile adempiere in modo da piacere a Dio, questo ragionamento non è soltanto del tutto sbagliato, ma è altresì assolutamente ingannevole. La dottrina cristiana non esige e non può esigere dall’uomo un’impossibile rinuncia totale alla propria vita corporea; essa si limita ad indicare agli uomini quell’ideale supremo al quale è del tutto naturale che essi anelino …”

(Lev Tolstoj – L'unico comandamento)

Se religione deve essere, se questo horror vacui che dilania l’anima è qualcosa al quale proprio non si riesce a resistere come accade a Tolstoj, diventa stupido stordirsi con sciocche superstizioni ed è necessario radicalizzare il modo di intendere il rapporto con Dio, liberandolo dalle frottole degli uomini. Perché questo processo doloroso non è soltanto la via per trovare conforto metafisico alla paura del nulla, ma anche l’unica regola pratica per vivere al meglio. La geometria di un tale ragionamento ha un duplice scopo: indicare la direzione più saggia e convincere chi scrive che ne esiste realmente una. Si tratta di sciogliere il dilemma della fine nell’unico modo possibile, convertendo l’energia distruttiva di una risposta agghiacciante in quella costruttiva di un’umanità che abbraccia l’utopia. Probabilmente, tale speranza lasciava Tolstoj più sereno dinnanzi a quella morte che avrebbe allontanato da sé ad ogni costo e che sentiva sempre più vicina componendo, ormai ottantenne, i suoi saggi brevi di carattere religioso, politico, sociologico. Perché rinunciare al mondo prima di scomparire diveniva il modo migliore per prepararsi al trapasso. E se questa rinuncia imponeva di ripudiare persino ciò che aveva dato senso a tutta la propria esistenza (l’esistenza di un nichilista), cioè la letteratura, non restava altra scelta che compiere tale passo. La battaglia ideologica che oppone Tolstoj con coraggio da martire a tutte le istituzioni del tempo: chiesa, stato, scienza, è forse l’unica via per scontare la propria colpa più grande: non riuscire a smettere di essere aristocratico e rinunciare ai privilegi ereditati ingiustamente in quanto rampollo di un’antichissima stirpe di conti. Una condizione dunque che egli non si è scelto ma di cui ha approfittato da sempre e che l’unica fede impone di abbandonare come la tradizione bigotta che ipnotizza gli uomini. Così muore uno dei più grandi scrittori della storia, quasi che Dio venga a trarlo d’impaccio, a liberarlo dall’allucinante ragnatela mentale nella quale egli stesso si è precipitato, regalando ai posteri l’esempio più conflittuale e devastante della condizione umana e raggiungendo, forse, il fine estetico supremo, l’assunzione perfetta della propria vita ad opera d’arte. Non sarà certamente l’immortalità tanto agoniata, ma sfido chiunque a fare di meglio.



Home Page | Pagina 1 | Pagina 2 | Pagina 3 | Pagina 4 | Pagina 5 | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu