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Adagio, ma non troppo

Adagio, ma non troppo
Dentro ogni uomo
c’è un luogo che attende,
un luogo segreto,
che ascolta,
che spera,
che resta sempre
in trepida attesa.

“Attenda agli ascensori!”
Sì, gli insostituibili ascensori (del resto le scale, se ci sono, dove saranno mai?), improbabile luogo di soglia tra le vetrate che delimitano il concitato andirivieni del personale sanitario e … il resto del mondo.
Luogo di soglia, luogo di attesa, luogo dove la sola presenza della classica infilata di poltroncine di legno impiallacciato ti fa sentire in una sala d’aspetto. Aspetto sì, sala non direi. Luogo che, anzi, della sala ha tutt’altro che …l’aspetto.


E durante l’attesa vieni inspiegabilmente attratto dal particolare insignificante dell’abito o dell’accessorio di chi ti sta accanto e come te attende: il filo ribelle che esce dal maglione (per non andare poi troppo lontano), il risvolto del pantalone che un tempo era di classe (quale classe?), il gruppo solidale composto da bracciale-braccialetto-orologio-anello vistoso che la signora con gli occhiali scuri di tartaruga seduta di fronte a te esibisce con studiata naturalezza, il tatuaggio che incorona il robusto bicipite dell’omone in canotta che qui sembra voler dire: “Che ci sto a fare?”. I minuti non passano mai. Ti accorgi che il meticoloso inventario dei particolari, la rassegna degli effetti personali (personali sì, effetti chissà perché…) si sta esaurendo: l’orecchino, la fibbia della scarpa, la cartella dagli angoli in pelle usurati, immancabile bagaglio di chi giunge in questo luogo, succulento oggetto di cui osservazione ed immaginazione vanno ghiotti. Cominci a pensare alla storia che si cela dietro a quel volto, racchiusa in quegli incartamenti, appiattita tra i fogli dai bordi un po’ consunti. Dentro c’è tutta una vicenda umana condensata in una secca sequenza di prescrizione – esame – referto. Drammi e paure soffocate in una banale cartelletta o nella ancor più anonima busta di cartonato marroncino, personalizzata solo dai promemoria e dai foglietti con appuntate le domande che vorresti porre per mettere a tacere interrogativi che continuamente insorgono.

Ognuno è qui nella sala d’attesa con il suo fardello leggero, ma con un ben diverso peso sul cuore, ognuno con frammenti di fiducia scheggiati, frammenti sapientemente levigati durante l’attesa, ora minati dall’incertezza e dal dubbio.


Ecco che qualcuno compare. Dalle vetrate, in cui anche i visi più opachi acquistano insospettati riflessi di luce, un unico sintagma costituito da nome e cognome fusi assieme risuona nel silenzio greve, riscuote tutti dall’ attesa sonnacchiosa. Accidenti, è l’immancabile ritardatario! Lo sconforto si disegna nell’arco delle sopracciglia, un lungo ritmato sospiro lo accompagna.
Pochi istanti e un’altra figura in pantaloni e camice azzurro, con una bandana a chioccioline che non sfugge inosservata, si fa avanti ed enuncia un altro fatidico binomio, un’altra identità strappata al torpore dell’attesa. E’ un attimo e già ti sfilano nella mente scene da Medical Center televisivo: te lo figuri tra i medici in prima (o altra) linea, impegnato a risolvere casi impossibili, a formulare ipotesi astruse su patologie a dir poco rare. Ma vieni immediatamente strappata alle tue fantasie da piccolo schermo: il giovane dinoccolato con bandana e barba di due giorni subito scompare alla tua vista; si volatilizza anche l’altro camice azzurro e al loro posto si profilano due camici bianchi, tasche appesantite dall’annuario e dalla strumentazione poderosa. Solo l’allegro chirurgo della mia infanzia potrebbe competere con loro. L’allegro chirurgo, il piccolo chimico, la grande scatola con tutte le provette colorate e i campioni di minerali preziosi … Lo sguardo fruga d’intorno, la mente indaga accorda disunisce… Reminiscenze lontane, tracce di un passato colmo di stupore, di sogni e di fantasia. Ma il presente è qui. Adesso.


Certo, non osi fermare questi due chirurghi che tanto allegri non sembrano, alzi timidamente un dito e loro sono già lontani. Un’altra volta ritenterai con più energia, con più convinzione. Allora ripieghi su un terzo personaggio: ha tutta l’aria di essere un’infermiera, ma, ahimè, casualmente non è del reparto e altrettanto casualmente oggi si trova a questo piano. Ti scusi, proprio come se avessi dovuto saperlo…

Sguardo vigile sulla vetrata: le porte si richiudono e tu lì, come impietrita sui rigidi sedili in legno dove l’impiallacciatura a poco a poco svela i segreti di un’anima nascosta.
Nel frattempo, si fa avanti la gigantessa. Brandito come un’asta medievale, arriva prima lo spazzolone di lei, che disegnando un’ampia sinusoide vorrebbe far piazza pulita di tutto il corridoio. Vana impresa quella di porre domande per poi sentirsi dire: “Si rivolga alla collega tale o alla tal altra”. Allora lasci perdere, controlli l’agenda, con malcelata rassegnazione aspetti, chiedendoti perché mai ti abbiano convocato ad un’ora precisa.


Congedato dal giovane medico con le chioccioline in testa – nel frattempo apprendi che si tratta dell’anestesista – finalmente esce il distinto signore con la tunica e la papalina bianca fatta all’uncinetto. Un cognome, il suo, tutto consonanti: lo senti pronunciare dall’infermiera (quella vera, autorizzata, proprio del reparto), che lo accompagna e nella sua stessa lingua – presumo – lo saluta calorosamente. La signora elegante dai mille braccialetti con un modulato tintinnio si alza, si profonde in autentici salamelecchi, prende sottobraccio il compagno con la papalina bianca e si allontana.
Etnie diverse, diverse lingue s’incrociano in questo microcosmo, piccolo ritaglio di un mondo sospeso tra la preoccupazione e la speranza.


A riconferma delle tue impressioni, si affaccia con fare circospetto un infermiere di colore e prova a sillabare innanzitutto un nome: Cisella… Il cognome, una passeggiata. E’ il mio turno finalmente, mi dico, e invece no! Dopo essersi accertato della mia presenza e, soprattutto, di aver pronunciato correttamente il mio nome (è la prima volta, osserva, che gli capita di incontrarlo, e allora perché deluderlo facendo la maestrina?) il suo viso-tutto-un-sorriso mi richiama alla realtà contingente: il medico con cui avrei dovuto parlare, si è trattenuto in sala operatoria per un problema insorto all’ultimo momento. Cara Cisella, dovrà attendere ancora!
Torno ad occupare il mio posto. La sedicente sala, nonché d’aspetto, comincia a diventarmi familiare: le pareti con i classici poster volti a promuovere enti o prodotti, il naso all’insù del bimbo che dalla cornice mi saluta tenendo un tubetto di crema stretto tra le manine paffute, lo zoccolino un po’ ammaccato, gli opachi riquadri del pavimento di un verde rassicurante, …ma non troppo.


E questa è solo la prima tornata di consulti, esami ed accertamenti, che in giornata, comunque, si conclude. Del resto, in queste circostanze non bisogna avere fretta, ma armarsi di pazienza e andare adagio, adagio.
Che sarà mai della seconda convocazione (il termine mi evoca truci assemblee condominiali, che per definizione in prima seduta vanno sempre diserte, ma nella seconda sono sempre gremite di gente amareggiata e rissosa, assetata del sangue del vicino più antipatico o più dotato di millesimi) – mi domando – e intanto, tra una divagazione e l’altra, tra una chiamata attesa e un falso allarme, fissano anche a me il successivo appuntamento. Perché frazionare così il percorso – mi dico – perché diluire la bevanda, perché edulcorare il calice: succhi amari … intanto ei beve, e dall’inganno suo vita riceve… Torna in te, non fare la prof, dimenticatelo: altri “compiti” ora ti attendono!


Infatti, tempo due giorni, sono di nuovo lì: terzo piano, blocco B, stessa s…(non spiaggia, purtroppo) sala d’aspetto. C’è già gente. Lunghi capelli rossi scomposti, bermuda e ciabatte infradito il ragazzo – forse la spiaggia ci poteva stare! – capelli rossi raccolti in una folta coda di cavallo e grandi occhiali da sole la madre, capelli rossi e un sobrio completo di lino blu il padre. La rossa famigliola si installa e, come tutti coloro che l’hanno preceduta, attende. Attende il suo turno, attende forse di essere spedita cinque piani più sotto, non nel primo, bensì nel secondo sotterraneo, in uno spazio inaccessibile, dominio incontrastato della radiologia. Ci arrivi attraverso ampi corridoi, dove il rivestimento o la tinteggiatura (se mai c’è stata) sono presenti solo a tratti e inevitabilmente tradiscono gli anni. Lungo il soffitto, già basso e di per sé opprimente, corre una ramificata geografia di tubature arancioni, grigie e poi ancora arancioni (il minio batte alla grande la vernice); ti sovrastano squadrati condotti rivestiti d’alluminio. Mondo rovesciato, questo, dove quel po’ di decoro e di superficiale smalto che affiora nei piani superiori ha qui sotto il suo opaco contraltare. E se prima la sala d’aspetto poteva vagamente evocare scenari da Purgatorio dantesco, qualcosa di affine alla valletta dove gli spiriti negligenti sono confinati nella loro pigra attesa, ora in questo luogo di tenebra, tra oscuri meandri e corridoi infiniti, non puoi non pensare ai gironi infernali. Quando inizierà la discesa? Magari più tardi. Forse tra un po’. Forse.


Dopo le reiterate soste nella sala d’aspetto, passate a notomizzare particolari insignificanti, già ti predisponi all’attesa, pronta a crogiolarti nei tuoi pensieri e invece questa volta no, ti chiamano subito. Un repentino appello mette in fuga le tue elucubrazioni. Ti viene incontro col suo faccino simpatico e accattivante il medico nucleare (definizione che a me, profana, ricorda tutt’altre categorie) che ti spiega per filo e per segno come intende procedere e qual è l’obiettivo della sua indagine. Ti consegna un foglio, tu al momento non hai gli occhiali, ma firmi, acconsenti a una serie di condizioni che nemmeno hai l’intenzione di passare in rassegna, ti fidi ciecamente di lui e della sua accreditata esperienza. Peccato che sia tutto inutile. Dopo dieci minuti, la smentita: quella che lo vedrebbe protagonista non è una pista praticabile, non è prudente percorrerla. Il foglio che hai appena compilato, appallottolato, vola nel cestino e tu ti chiedi ancora una volta perché, perché le strategie più all’avanguardia non si attaglino al tuo caso, perché…perché. Ormai stanca di rappresentare l’eccezione, ti affidi alle sapienti mani di chi dovrà intervenire, convinta che Qualcuno più in alto, ma decisamente più in alto, le guiderà.


Giunge il giorno fatidico. Una linea di luce fredda fende il chiarore del mattino. Anche oggi, come spesso accade, ti sei svegliata ad ore antelucane. Eppure, dopo i saluti, gli avvertimenti e le raccomandazioni, finisci per uscire di casa in fretta, borsa capiente alla mano con l’indispensabile per qualche giorno. Inutile dire che ormai ti rechi ad occhi chiusi nel luogo ormai noto, come sempre accompagnata da chi premurosamente ti sta vicino.


Questa volta, tuttavia, sono loro ad attenderti per portarti nella stanza di un piano non ancora frequentato, anzi, mai frequentato, fortunatamente, fino ad oggi. Ti sistemano in una stanza con un’altissima vetrata (con i vetri qui non hanno proprio badato a spese…) riponi le tue quattro cose nell’armadietto, nel loro linguaggio ti vesti, ovvero ti svesti (non dimentichiamo che questo è un mondo rovesciato…) e nuovamente attendi. Cambia l’ubicazione, cambia la temperatura (qui c’è un freddo polare!), ma la dinamica è la stessa.
Mancava solo una peruviana nel catalogo multietnico degli infermieri, ed eccola! Entra, si accerta della mia identità, mi pone una lunga serie di domande, tra cui alcune davvero inspiegabili (che differenza farà mai avere lo smalto sulle unghie oppure no?), mi fa salire sul lettino di un confortante azzurro cielo, con delicatezza mi copre e sorridendo m’imbarca su uno dei capienti ascensori che, a dire il vero, hanno più l’aspetto di montacarichi che di veri e propri ascensori.


Approdiamo in un altro luogo ancora, dove camici e mascherine appaiono e scompaiono, porte scorrevoli si aprono e si chiudono come per magia ad un sol tocco, fiale fialette flaconi passano rapide tra le mani di un esercito di addetti ai lavori. Tu dalla tua posizione orizzontale osservi, te ne stai rannicchiata sotto le coltri, sperando di conservare quel minimo di calore che ti è rimasto in corpo. Si sono dimenticati di te – sotto sotto un po’ ci speri… – ti senti abbandonata in un lago di ghiaccio, quando improvvisamente spunta l’anestesista dalla bandana a chioccioline, ora mutata in una vivacissima fantasia scozzese, a rammentarti che non sei il protagonista di una serie televisiva, ma che, comunque, tra poco (e per poco, si spera) saluterai il tuo pubblico.

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Gisella Colombo

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