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Il fantasma dei fatti

Il fantasma dei fatti

Altro che “pugno nello stomaco”, come si usa dire; il libro di Bruno Arpaia, quel suo “fantasma dei fatti” è una vertigine, un vortice che ti prende e ti spinge giù, sempre più giù, nel fango delle sabbie mobili in cui affondano e riaffiorano, affondano e riaffiorano i crimini, le bieche violenze, tutto il malaffare di una “politica” che assai poco ha a che fare con la “polis” ma molto col “potere”.

E capisci, attraverso oltre un ventennio di politica italiana (’60-’80) – e ben prima e ben dopo in ambito internazionale – come le due “P” vadano sempre a braccetto. Capisci, vedi, qualcosa sai, ma (e mi viene in mente il libro di Foer) tutto è troppo sconvolgente per accettarlo, meglio pensare che ci sia gran parte di “finzione”.

Solo che è proprio quella “finzione” che meglio sa (o può) raccontarti i fatti: “I fantasmi dei fatti costituiscono la vera materia della letteratura” diceva Sciascia, e Svevo spiegava che spesso la “realtà supera ogni più fervida fantasia”. Così non ti resta che pensare che, rispetto a quanto hai appena letto, i peccati dei gironi danteschi siano solo peccati veniali e che noi, noi tutti, in ogni parte del mondo, siamo solo pedoni facilmente sacrificabili nelle mani di pochi, abili giocatori di scacchi.

Brutta sensazione sentire la rabbia che ti monta dentro e il senso di frustrazione che quasi ti paralizza. Forse per questo ho sempre ammirato gli scrittori che, in alcuni loro romanzi, mettono la loro creatività al servizio di un impegno civile e “raccontandoci” una pagina di storia, grande o piccola che sia, ce la rendono “umana”, ce la fanno vivere.

Ma questo libro e questo autore! Anni di ricerche, di ostinate e laboriose indagini, montagne di libri letti, di inchieste giudiziarie e giornalistiche e di documenti scovati negli archivi minuziosamente studiati, hanno portato l’autore, supportato da quello che ha sempre considerato il suo “padre spirituale”, il giornalista Peppe D’Avanzo, a dimostrarci come, fra il ’61 e il ’63, fra l’attentato a Mattei, la morte di Olivetti, le condanne di Ippolito e Marotta, l’Italia perdeva in un sol colpo ogni possibilità di emergere, come stava facendo, in campo nucleare, tecnologico, sanitario, perdendo così il suo peso politico e “avviandosi verso il declino attuale”.

Ma il tutto era stato ben orchestrato da una “longa manus” il cui filo rosso ci porta lontano nel tempo e nello spazio, guidati da una scrittura che, quanto più si fa raffinata e apparentemente pacata, tanto più fa emergere le trame oscure di cui è costellata la storia, per cui a volte è necessario “illuminarle” con l’immaginazione.

Circa l'autore

Franca Eller

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