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La danza della parola

La danza della parola

Piccolo omaggio a Giulio Giorello

 

Parafrasando il titolo di un celebre libriccino, vorrei dire che “la curiosità ha mosso la vita” di Giulio Giorello. È stato un uomo curioso e libero, di una curiosità a 360 gradi, dai minimi particolari ai massimi sistemi, di una libertà onesta, rispettosa di quella degli altri e delle regole giuste, appunto, di quelle giuste. Una vita spesa fra incanto e disincanto: la meraviglia, lo stupore nel suo indagare l’affascinante mondo della scienza, lo sdegno, mai volgare, del suo condividere la quotidiana miseria del mondo degli umani. Sempre con quel suo modo d’essere tra l’assorto e lo svagato, quel modo elegantemente lieve di affrontare la vita. E vorrei che così lo ricordassero anche coloro che l’hanno incontrato, fuori dalle stanze del sapere, nei luoghi più inusuali: a una mostra canina, al vernissage di un improbabile artista, a un concerto alla Scala o a un rave a San Siro, ma soprattutto a cercare, come un buon cane da tartufi, libri introvabili tra le bancarelle dell’usato a Piazza Diaz o al vecchio baracchino di fronte al tribunale, dove un tempo si potevano trovare anche delle rare prime edizioni.

E vorrei che considerassero un ultimo dono prezioso il suo testo da poco uscito, “La danza della parola”, in cui fin da quelle parole che danzano leggere nel titolo (un passo ripreso da Nietzsche) e da quell’esplicito, colorato “Bang!” in copertina, possiamo capire molto dell’uomo, del filosofo, dello scienziato che ha amato Baruch Spinoza e Tex Willer e ha lottato contro ogni dogmatismo, ogni schema, ogni presunzione dei cosiddetti dotti, ogni arroganza di un sapere che ancora si ostina a mantenere barriere fra le diverse discipline. Lo ha fatto, con stile impeccabile, con l’unica arma in suo possesso, quella dell’ironia. Un’arma tanto più affilata quanto più può esserlo una parola, un gesto, anche solo uno sguardo, ma che non uccide: non è infatti – ci dice l’autore – un’arma di distruzione bensì di costruzionedi massa, nel senso che può essere utilizzata da chiunque, che è in grado di radere al suolo le fortezze di sabbia che man mano gli uomini costruiscono, ma è altrettanto capace di costruirsi da sé nuovi castelli, ben conscia del fatto che siano castelli in aria.

Succede quando l’arma che utilizziamo per liberarci di quello che altri vorrebbero imporci la usiamo anche contro di noi, in una sorta di natura ibrida dell’ironia (ambiguità ed ironia d’altronde spesso si accompagnano) che innesca un processo infinito di ironia sull’ironia, che sale sempre più su, più su, come nella favola del Barone di Muenchhausen” e del suo codino, o nei mondi rovesciati di Gulliver con la sua città di Laputa e i rapporti individuali invertiti, due esempi della forza dirompente dell’ironia nelle favole, che sa mettere in discussione la comprensione data per scontata; che, dissolvendo certezze, insinua nuovi dubbi, crea nuovi stimoli di attenzione, schiude più ampi orizzonti, diventa strumento vero di conoscenza.

E accanto al mondo delle favole, in cui ogni adulto dotato di un minimo senso dell’ironia potrà trovare i suoi diversi piani di lettura, non poteva mancare il mondo dei fumetti, la grande passione dell’autore, che qui si sbizzarrisce. Capiamo così come ad esempio la storia di Topolino giornalista sia in realtà una vera e propria lotta per la libertà di stampa, un apologo alla John Milton sulla libertà tout court. E come il ragazzino lentigginoso al quale Eta Beta propone la sua ultima invenzione, l’atombrello”, sia ben riconoscibile nel fisico Oppenheimer, e siamo in piena guerra fredda, per chi vuol intendere! O ancora, come il mondo in cui vivono Paperino e Paperone, che nell’originale è chiamato Uncle Scrogge in omaggio a Dickens, altro non sia che una solenne presa in giro dell’ipocrisia della società americana. Ma che dire dei fumetti a lui più cari, quelli di Bonelli o di Jacovitti, che ha fatto dell’ironia il suo modus vivendi, o le graffianti vignette di Giannelli o il Linus che ha segnato, con la sua ironia un po’ assurda, la rivoluzione del fumetto.

Fumetto che è comunque – dice l’autore – territorio ironico per eccellenza. E presuppone una buona dose di cultura in ogni campo: filosofico, storico, letterario, artistico, scientifico, politico e non so quant’altro. E allora è legittimo chiedersi, come fa l’autore soprattutto pensando all’oggi e ai suoi politici, chi sarà in grado di decifrare questa raffinata ironia o usarla nel modo appropriato. Perché in questo Zibaldone di pensieri vagabondi, di riflessioni a volte nate da inaspettati accostamenti, nella ricerca delle espressioni ironiche più efficaci, forsanche inconsapevoli, c’è posto per tutti: l’autore dà spazio alle parole di personaggi reali e letterari, alle citazioni di filosofi e scienziati di ieri e di oggi, alle istituzioni e ai partiti.

C’è il fantasma di re Amleto di Shakespeare e il Cervantes, maestro di scuola d’ironia secondo Vasquez Montalban, L’uomo senza qualità di Musil e l”Ulisse del decano pazzo di San Patrizio; c’è l’ironia socratica del so di non sapere, quella di Galileo rivolta al Simplicio aristotelico e quella illuministica di Voltaire sul migliore dei mondi possibili; quella positiva di Lutero e quella di Giovanni Calvino, che, non sapendo ironizzare su se stesso, ha portato a deleterie conseguenze. E ancora quella di molti giallisti e di film e attori celebri (il Totò e il Pasolini di “Uccellacci e uccellini” o il formidabile Charlot che gioca a palla col mondo). E ci sono le parole di Touraine, che nel suo In difesa della libertà scrive: Siamo ciò che i più ricchi e potenti fanno di noi, ma ancor più siamo la nostra creatività, compresa la nostra capacità di rivoluzionare le rappresentazioni del mondo e di noi stessi che abbiamo ricevuto”. Per chiudere con le parole dello stesso Giorello, riportate in quarta di copertina: Mi sembra che l’ironia sia l’unica via da imboccare per rendere più sopportabile ciò che altrimenti ci renderebbe la vita invivibile…

Circa l'autore

Franca Eller

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