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Premio THomas Mann a Claudio Magris

Claudio Magris è il vincitore del Premio Thomas Mann 2019. Il premio, che dal 2010 viene assegnato congiuntamente dalla città anseatica di Lubecca, sua prima ideatrice e dall’Accademia bavarese di Belle Arti, gli è stato conferito a Monaco il 12 dicembre, con la laudatio di Michael Krueger. E questo è solo l’ultimo della lunghissima serie di premi, onorificenze, riconoscimenti, lauree ad honorem che ogni nazione europea ed extraeuropea nel corso degli anni ha tributato a quello che ormai – così recita anche la motivazione del Premio – viene universalmente riconosciuto fra i maggiori cantori di un’Europa “unam sed non unicam”, unita nelle sue molteplici diversità. Nell’aprile scorso l’autore triestino aveva festeggiato a Milano, con i suoi editori, i traduttori e gli amici più fedeli, i suoi 80 anni ed era uscito lo stesso giorno per Garzanti il suo lavoro, “Tempo curvo a Krems”, cinque racconti i cui protagonisti hanno come filo conduttore la stessa sensazione di vivere un tempo/non tempo, un tempo che, come la corrente di un fiume che conduce alla sorgente e alla foce, sembra non avere inizio né fine, fatto di nostalgie ma anche di lucide, ironiche consapevolezze: il lento attutirsi dell’intensità delle loro esistenze, il sottile sfumarsi della distinzione tra finzione e realtà, la percezione che anche “le pagine invecchiano come le cose vive: fanno orecchie d’asino, si sgualciscono, avvizziscono. Come la mia pelle”. Era stata l’occasione per una lunga conversazione con l’autore che, fin dai tempi di “Danubio”, ha sempre concesso alle testate per cui scrivo interviste e anticipazioni. “Parlando di “Danubio”, il libro uscito nell’86 che lo ha reso famoso, al di fuori dei circuiti accademici, anche fra il grande pubblico, ricorda cosa ci disse in quell’occasione?” “Certo. Che lo avevo scritto soprattutto per poter togliere quell’antipatico appellativo di “Altra Europa”, beh, mi pare che ancor più oggi, in tempo di sovranismi e di alzata di muri, l’idea sia valida!” “Ci vuole dire quali sono i suoi scrittori preferiti, quelli che hanno contribuito alla sua formazione e quelli che oggi lei sente più vicini, che definirebbe i suoi modelli? “Oltre a Conrad e Melville, che cito sempre, Isaac Singer, che considero, assieme a Kafka, uno dei più grandi scrittori del secolo, dal quale ho appreso a dar voce imparziale alle corde più diverse e alle passioni antitetiche, alla fede e al niente. L’unico al quale abbia permesso di chiedermi – e lo ha fatto così, all’improvviso, durante una passeggiata in cui si conversava d’altro – se credessi in Dio”. “A proposito di Kafka, due anni fa le è stato conferito a Praga il Premio Kafka e in quell’occasione lei ha espresso la sua emozione nel sentire il suo nome accostato a quello che sicuramente lei considera un suo modello” “Sì, Kafka è l’autore che più si avvicina al mio modo di concepire il mondo e con lui condivido il sentimento che la scrittura è necessaria per vivere, per cogliere il senso della vita. Quello che colpisce è che Kafka, nonostante o grazie alla sua estrema modernità, incarnando tutti i beni e soprattutto i mali dell’uomo contemporaneo, è tra gli scrittori del ‘900 l’unico che abbia realizzato una di quelle grandi opere che danno il senso completo della vita e del sacro. Forse prima di lui solo Dostoevskij ci ha costretto a fare i conti col bene e col male, dopo non c’è nessun altro”. “Continuiamo la nostra carrellata?” “L’amico Ernesto Sabàto, che meglio di chiunque altro ha saputo definire quella che per me è “la mia scrittura notturna”, il buio denso che attanaglia l’autore che non può fare a meno di ascoltare e ripetere ciò che dicono i suoi demoni, i sosia che abitano nel fondo del suo cuore, anche quando dicono cose che smentiscono i suoi valori. Ma anche Elias Canetti e sua moglie Veza, “viaggiatori senza ritorno”, entrambi appassionati di Witz e di aforismi, entrambi pronti “ad afferrare la vita per la gola”, o Max Frisch e Duerrenmatt, con i loro scherzi feroci, o Xavier Marias, che mi ha eletto Duca del suo immaginario regno di Redonda; compagni con cui ho condiviso, nel nome della scrittura, il momento del gioco e del divertimento: la letteratura ama il gioco, il piacere e il gusto del mondo e della sua rappresentazione, ma anche quello dell’impegno, del “pugno nello stomaco kafkiano”, che la mette faccia a faccia col delirio del mondo. Da Canetti ho imparato cosa significhi il rispetto dell’altro; per lui significava che ognuno è al centro del mondo: appunto, ognuno! E il favoloso Borges, dal quale ho appreso che la vera avventura dello spirito è il viaggio dell’individuo incontro allo straniero, al diverso, che gli rende il mondo più familiare e accresce la sua identità: l’identità è un continuo processo di conoscenza”. ”Identità e memoria: accanto ai molti topoi della sua scrittura, entrambe hanno un peso determinante; sono il fulcro attorno al quale ruotano tutte le sue storie, e soprattutto quelle delle sue opere più recenti. Ci vuole dire cos’è per lei la memoria?” “La memoria è la propria identità. Io credo molto nel valore della memoria, non tanto come ricordo quanto come presenza costante di chi è stato. I ricordi si sviluppano in modo anarchico, ognuno ricorda come vuole; nel ricordo è sempre insita la sua trasfigurazione. Non sono sicuro che nel mio ricordo di un attimo fugace di vita ci sia la verità. E così le “false verità” hanno distrutto oggi molte relazioni umane. No, io vivo un eterno presente. Sono come una lumaca, che si porta sempre la sua piccola casa appresso, il suo guscio è il mio mondo, che non è chiuso a nessuno, ma accoglie insieme assenti e presenti”. “Ma anche la memoria individuale non è trasmissibile…” ”Solo se resta tale; ma è proprio questa la straordinaria capacità della vera letteratura: trasformare il personaggio in persona; mantenerne intatte le peculiarità e dotarlo allo stesso tempo di tutte quelle caratteristiche che ci permettono di riconoscerlo come uno di noi, la cui storia non ci è estranea, e possiamo leggerla come metafora di una storia universale. Non solo: la capacità della letteratura è anche il processo inverso, quello in cui la persona diventa personaggio”. “Arriviamo ai suoi personaggi, che nascono sempre da persone realmente esistite: la memoria è dunque per lei dare voce agli assenti?” “Sappiamo che la Storia è una manipolatrice di uomini, una macellaia impietosa: è come il nostro “Grundbuch” (libro fondiario), che annovera i fatti; lo storico li accerta, ma è solo il narratore che restituisce alle vittime ciò che la storia gli ha negato”. “Quindi potremmo dire che la sua missione di scrittore è quella che lei con San Paolo chiama “combatto la mia buona battaglia”, ovvero togliere dall’oblio del tempo coloro che la Storia ha volutamente calpestato o lasciato ai margini? E penso ai reietti di Roth, da lei amato e tradotto”. ” Esatto. Da sempre mi sono occupato di riportare in vita i perdenti, i vinti, gli sbandati e i randagi, i reietti senza nome, quelle sanguinose note a piè di pagina nella Storia, che la sua corrente impetuosa non ha trascinato con sé ma abbandonato come povere pietre lungo le sue sponde”. “E qui ritroviamo un altro dei suoi numerosi filoni: l’acqua come simbolo mistico e insieme salvifico, come elemento capace di ridare la vita”. “Sì, l’acqua è un elemento costante della mia scrittura. Nel suo processo circolare essa annulla spazio e tempo e in questo preserva la memoria dalla negatività della Storia”. “Sappiamo, e il suo libro “Non luogo a procedere” ce lo conferma, che per lei è molto importante restituire verità a quelle che lei chiama “memorie ribaltate”, o ancora, combattere il pericolo della rimozione della memoria, che spesso fa comodo a molti; entrambe “false verità” contrapposte ad una memoria che restituisce dignità ai vinti. E’ questo il senso di quello che forse è il suo testo di maggior rigore etico e impegno sociale?” “La vera beffa sta nel titolo: significa o che non è successo niente (la rimozione della memoria) o che quello che è successo non è reato (la memoria ribaltata): entrambe le cose sono ovviamente delitti senza giustizia: giudicate voi!” “Anche in “Alla cieca” si narra la vicenda di due vittime incolpevoli di una Storia beffarda, in cui la memoria dei vinti si fonde con il mito instaurando, fra verità e menzogna il cui confine è reso sempre più labile, una sorta di nuovo legame fra identità e memoria”. “Mi sono proposto di scrivere un romanzo di memoria e di confessione personale, che scavasse nelle profondità dell’animo umano; un racconto in cui, complici il mare e il mito, i piani temporali e spaziali si sovrapponessero e in cui la voce narrante si moltiplicasse in una serie di voci di vite diverse, per un’epopea continuamente cancellata e riscritta in cui poter mescolare storia e mito, fantasmi e ricordi. Si tratta, come sempre, di persone realmente esistite, ma qui diventate personaggi; accomunate dalla loro assoluta fedeltà ai propri ideali, non importa se sbagliati”. “Vorrei citarle ancora le sue ultime opere, “Microcosmi”, “Istantanee” e “Tempo curvo a Krems”, in cui compaiono tutti i suoi topoi: la memoria personale e collettiva, l’acqua, il tempo, il suo lasciarsi trasportare dalla corrente dei ricordi”. “ In ognuno di questi libri parlo di luoghi, eventi, persone che, soprattutto nel viaggio circolare che è “Microcosmi”, hanno contribuito a fare di me l’uomo che sono diventato. Sono tutti una sorta di breviario laico in cui il rumore della corrente in cui scivolo, questo mio lento vagare in cerca dei segni della metamorfosi è il rumore del tempo, dello scorrere della vita, dell’approssimarsi della morte, dell’effimero trascolorare del nostro labile e appassionato passaggio sulla terra”.

Circa l'autore

Franca Eller

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